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“End Child Marriage”: un problema, tante facce.

Oggi un esercito di quasi 2 miliardi di ragazzi e ragazze vivono nel nostro pianeta, tra questi 600 milioni sono donne, e tra queste 39mila ogni giorno diventano spose-bambine precocemente e/o forzatamente, 60 milioni ogni anno. Un fenomeno, questo, ormai globale, che attraversa anche l’Europa e l’Italia in seguito alle migrazioni. In Italia si parla di 2 mila ragazze, nate nel nostro Paese, ma costrette a sposarsi negli Stati di origine: nessun dato certo ma stime importanti che, in vista della chiusura degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, devono esser tenuti in considerazione.

Ancora oggi in molte culture nascere “uomo” è una gran fortuna, nascere “femmina” è un ingiusto destino, un destino dove famiglia e patriarcato sceglieranno per “te” se, quando e con chi sposarti, con o contro la tua volontà. Una bambina ogni 3 nei Paesi in via di sviluppo si sposa prima dei 18, 1 su 9 è costretta a sposarsi prima dei 15 anni, e casi limite vedono matrimoni combinati con bambine di 8/10 anni: la piaga dei matrimoni precoci è una violazione dei diritti umani delle bambine che limita la loro istruzione e provoca danni alla loro salute, oltre a rientrare nelle violenze di genere in generale. Le gravidanze precoci e i parti sono la principale causa di morte delle bambine tra i 15 e i 19 anni ed in più le figlie di madri illetterate molto più facilmente abbandoneranno la scuola, si sposeranno giovani entrando nel “circolo vizioso” della povertà.

Ma, se in molti Stati hanno iniziato ad introdurre il divieto di celebrare matrimoni precoci, sposalizi forzati trovano comunque legittimazione culturale e giuridica presso vari popoli.. Squilibri di potere tra donne e uomini, norme sociali radicate, stereotipi e leggi che rispecchiano l’idea che la donna debba ricoprire un ruolo subalterno non fanno poi che rafforzare il persistere di queste pratiche.

Questi i dati presentati oggi nel corso della Conferenza sui matrimoni forzati e/o precoci, promossa dal Gruppo parlamentare “Salute globale e diritti delle donne” e AIDOS, Associazione italiana donne per lo sviluppo. Un matrimonio in cui la donna viene “rapita” e stuprata per poi esser considerata “moglie” non è un matrimonio ma la più alta forma di violenza psicologica, fisica, finanziaria, emotiva e sessuale contro le donne. E per “riconoscerle” violenze a tutti gli effetti bisogna uscire da logiche “neutre” che lo ascrivono solo a una problematica “culturale” o a tradizioni più rurali che epiche.

Se nella legislazione statale italiana non ci sono riferimenti specifici al matrimonio forzato, la Convenzione di Istanbul è uno degli strumenti legislativi più rilevanti contro la violenza a livello europeo.

La mera repressione o punizione del carnefice in termine di strategie e metodologie non è sufficiente. Una prevenzione ed un’informazione che riguardino la consapevolezza da parte della famiglia, della società e delle stesse bambine e ragazze dei propri diritti come persona e poi il ruolo della famiglia edella società sul valore e sul futuro delle bambine e delle ragazze è l’unica strada verso l’inizio di una soluzione. “Dunque, attivare sempre più informazione e formazione su questo argomento ed in Italia offrire percorsi specifici per le richiedenti asilo con aiuti psicologici prioritari” come ha dichiarato alla Conferenza Barbara Spinelli, Trama di Terre Onlus.

Se non si interviene perfermare questo dramma, entro il 2020 avremo oltre 140 milioni di spose-bambine ed il numero di nascite da ragazze sotto i 15 anni potrebbe salire a 3 milioni nel 2030.

Ha sintetizzato bene Sandra Zampa, Vice Presidente Commissione Parlamentare Infanzia e Adolescenza: “Una bambina a cui neghi l’infanzia, il gioco, lo studio, l’adolescenza offrirà meno alla società e a se stessa perché si ammalerà più facilmente e con lei anche il figlio. Una bambina istruita, si sposerà più tardi, avrà meno figli, guadagnerà di più, li potrà curare meglio”.